Un’amaca e un vecchio ciliegio

Un’amaca appesa a un vecchio ciliegio selvatico è come un bozzolo sospeso nel luogo in cui l’Altopiano dei sette comuni si fa improvvisamente riva scoscesa prima di tuffarsi nel mare afoso della pianura. Lo sguardo spazia giù nella piccola valle, dove una coppia di anziani raccoglie il fieno con dei vecchi rastrelli di legno. Fra i rami un ragno tesse la sua tela e si abbandona al vento, che porta il suono dei campanacci delle bestie al pascolo.

Nell’aria c’è profumo di erba e fiori seccati dal sole di agosto sui dolci pendii di questo angolo di paradiso. Lo stesso profumo che si sente passando davanti ai fienili con le loro grandi porte spalancate e sospese sopra l’ingresso delle stalle.

Un codirosso viene a vedere questa nuova stramberia e se ne sta lì, sul ramo del ciliegio selvatico, a guardare lo spettacolo dell’uomo e della sua amaca. Nella valle tre grole vanno alla ricerca di qualcosa da mangiare nell’erba tagliata di fresco e lanciano il loro richiamo insolentendo un pigosso, che fugge borbottando il suo disappunto. Le rondini si attardano attorno ai nidi abbarbicati da chissà quanto tempo sulle travi dei fienili, e prendono fiato prima di partire per un viaggio lungo e pericoloso.

Dai campanili lontani, severi custodi delle pievi e di generazioni di brave persone che si sono spaccate la schiena per secoli fra il piano e la montagna, suona il saluto al pomeriggio.

Fra poco sarà sera, e poi verrà la notte. E al posto delle grole passerà la giovane volpe, e i cervi usciranno dal bosco con la loro aria solenne e impacciata al tempo stesso. Dopo sarà mattina, e il mondo avrà fatto un altro giro di tango.

Il virus, la paura del futuro, i rimpianti del passato, i drammi che scuotono il mondo, le colonne di auto farcite di famiglie di ritorno dalla giornata di festa sono un’eco lontana, attutita da tutta questa vita che palpita, scuote, scalda. E il cuore non si sazia mai di tutto ciò.

Siate insaziabili, sempre.

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