Peste e corna. Sì, ma di montone

Noi ci lamentiamo, sempre e comunque. Sale lo spread e ci lamentiamo, c’è la colonna in posta e ci lamentiamo, la solita corrierata di anziani colonizza la sala d’attesa del medico e ci lamentiamo.

E via di lamenti e doglianze.

Ma una volta la vita era un tantino più complicata, corta e precaria. La gente viveva sotto la costante minaccia di guerre, invasioni, malattie, carestie, alluvioni e morie delle vacche. Per non parlare delle cavallette. Un plebeo qualunque – perché queste considerazioni valgono quasi esclusivamente per quell’umanità formicolante che si affaticava per arrivare a sera ancora in vita – poteva finire spellato dai turchi o morire di fame, stecchito dal freddo o stroncato dal tetano. Sempre per non parlare delle cavallette. Ma la paura che più di tutte ha sconvolto i sonni e i sogni dell’umanità è nera.

Nera come la peste.

Ondate di pestilenze tenevano costantemente calmierate le illusioni degli uomini, mantenendone il numero adeguato alle risorse del vecchio mondo. Ogni tanto sbarcava una pantegana infetta o un marinaio appestato e tanti saluti. In una città d’acque e cosmopolita come Venezia questo rischio era estremamente alto. E infatti, puntuale come la morte, la peste s’è fatta viva (scusate il gioco di parole) ancora una volta nel 1630. Avete presente la piaga che Manzoni ha raccontato nei Promessi Sposi? Bene, la stessa. Una piaga nella piaga, data la piacevolezza del romanzo manzoniano.

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Una candela per un voto

Insomma, il morbo infuria e a un certo punto i veneziani non ne possono più, della peste. Che sarà anche comoda per liberare alloggi e togliere di mezzo quegli amici noiosi che vengono a trovarti un giorno sì e un giorno pure con l’unico intento di scroccare un pranzo o una cena. Ma è pur sempre una peste, e se vivi nel Seicento a Venezia e non hai una villa fuori città nella quale rifugiarti con la tua corte, allora può rovinarti anche la giornata. Ben, i veneziani non ne possono più e si rivolgono all’unica persona che può fare qualcosa per loro.

La Madonna.

Sì, perché il Redentore l’avevano già scomodato qualche decennio prima e gli pareva brutto tirare per la tunica sempre lo stesso interlocutore celeste. Quindi, siccome la faccenda era grave e un santo qualsiasi sarebbe stato leggerino hanno deciso di puntare decisamente in alto.

Ecco come.

Il 22 ottobre del 1630 il patriarca dichiara solennemente in San Marco il voto della città e annuncia la costruzione di una chiesa da dedicare alla Madonna della Salute come pegno perché Venezia venga salvata dalla peste. Come è andata a finire lo sappiamo tutti, e oggi la festa della Madonna della Salute – che cade il 21 novembre – è uno degli esempi di devozione popolare più vivi e vivaci del Veneto. Per l’occasione viene pure costruito un ponte di barche sul canal Grande per permettere ai veneziani di raggiungere più comodamente la basilica e accendere una candela alla Madonna.

Vabbé, ma quando si mangia?

Ora ci arriviamo: ogni trama e ogni piaga hanno una storia da raccontare, e anche la festa della Salute ha il suo retroscena. In cucina, ovviamente. Già, perché durante l’isolamento cui Venezia fu costretta in quel periodo durissimo vennero a mancare anche i rifornimenti di cibo. Brutta situazione, per una capitale abituata a ricevere meraviglie da tutto il mondo. Rimase però aperto un “ponte” con la Dalmazia, che rifornì la Serenissima con quel che aveva da offrire. Ovvero la carne di montone salata ed essiccata. Non proprio gallina padovana, se vogliamo metterla sul piano del gusto. Però quello c’era, e quello i veneziani che scamparono alla peste si rassegnarono a mangiare a lungo. Tanto che in quegli anni tremendi la fantasia popolare inventò la castradina.

La castradina?

Oh yes, niente da spartire con le castraure o il castrato, o il cappone. Niente da spartire neanche con la cucina veneta in generale, che per bolliti e spezzatini non ha niente da imparare da nessuno. La castradina è carne di montone – cosciotto, nello specifico – bollita tre volte e poi cotta come uno spezzatino con verza e cipolla, assieme al brodo della terza bollitura e una buona dose di vino. È un piatto che a Venezia si trova sempre meno nei menu dei ristoranti e delle osterie, costretti a inseguire il gusto di clienti poco avvezzi ad addentare le chiappe di un maschio adulto di pecora cotte con verza e cipolle. Un peccato, perché una ricetta, per quanto povera, racconta sempre una pagina della cultura che l’ha creata.

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La sagra della Salute

Ma con un po’ di fortuna e qualche consiglio da parte di veneziani veraci e voraci troverete la vostra castradina. E passerete l’informazione all’Insaziabile per un doveroso sopralluogo. Per chi non ha voglia di farsi una scorpacciata di montone resta tutto il calore della festa della Salute, con il suo ponte temporaneo, i venditori di candele e la piccola sagra nei pressi della chiesa. Dal sagrato della Salute, a due passi dalla punta della Dogana, è difficile immaginare Venezia nel morso della peste e i veneziani che masticano un amaro caprone. Ma se chiudete gli occhi e aprite bene le narici potrete sentire un profumo molto strano. Come di carne di montone bollita e cotta assieme a verze e cipolle. È il profumo della storia, che non abbandona la sua capitale neanche quando la peste comanda sugli uomini.

 

Un commento

  1. Quanto volentieri leggo pagine come questa che spazia nella tradizione e nella storia del mio amato Veneto.
    È tempo questo, di abbuffarsi e di ubriacarsi di ricordi, di fiducia, di vita, di “buono” e di “bello”. Perché in ogni stagione ci sono frutti da cogliere. Perché il momento giusto è “ora, qui, adesso”. E allora si allontana la paura dello spread che rischia di fare cadere il governo; del rischio, elevato sembra,di una crisi finanziaria; del dilagare di un clima sempre e solo negativo….”Nunc est bibendum”!

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