Il Pinello del perdono

Lo ammetto, ho tradito.

Ho tradito, mi è piaciuto assai e me ne dolgo. Agosto è stato un mese di grandi tentazioni e in troppe occasioni mi sono ritrovato abbracciato a una Blanquette de Limoux o a un’ammaliante bottiglia del lago Balaton. Le infatuazioni estive mi hanno braccato come un adolescente ormonalmente sballato alla prima vacanza a Rimini, e ora non mi restano che sottobicchieri ammiccanti e fotografie compromettenti assieme a procaci bottiglie straniere in fregola.

Che vergogna!

Devastato dai rimorsi, ho deciso di espiare le mie colpe con il più classico degli stratagemmi che gli uomini utilizzano per tenersi in pari con i piani alti: un bel pellegrinaggio.

Pentito, contrito e non ancora redento ho affrontato l’infernale china che sale sul monte Venda, il rilievo più alto dei colli padovani, e sono andato a trovare il guru dell’enologia euganea.

Avrei potuto salire camminando sulle ginocchia, oppure trascinandomi appresso un pesante ceppo di vite estirpata come simbolo delle mie colpe.

Invece ci sono andato in macchina.

Vi posso però assicurare che i 38 gradi della pianura Padana hanno reso il viaggio un calvario, quindi niente rampogne please.

Alle pendici del Venda, nel bel mezzo degli Euganei, ho incontrato il patròn di Ca’ Lustra, storica azienda vitivinicola del comprensorio collinare padovano: Franco Zanovello, immortalato nella foto a corredo di questo pezzo, è il nume tutelare dell’enologia euganea e una visita alla sua azienda è un’esperienza che qualsiasi amante del vino deve fare una volta in vita.

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Franco Zanovello, nume tutelare dell’enologia euganea

Dell’uomo vi parlerò un’altra volta, come pure dei suoi molteplici interessi e delle sue infinite diramazioni & radici nell’attualità e nel futuro della vita dei colli Euganei.

Stavolta ho l’obbligo morale di raccontare l’esperienza che mi è capitata durante il pellegrinaggio al saggio della collina. Dalla cantinetta refrigerata dell’area degustazioni, infatti, il padrone di casa ha estratto una bottiglia di Pinello.

E mica un Pinello qualsiasi!

Stiamo parlando del Pinello sur lie di Zanovello!

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Sì vabbé, direte voi.

E avete anche ragione (per ora), perché parliamo di una nicchia nella nicchia.

Quindi credo sia utile una breve digressione.

Il Pinello è un vino che nasce dalla Pinella, vitigno coltivato nella zona dei colli patavini, che fa parte della doc tutelata dal consorzio di tutela dei vini euganei. È il vero e proprio vino di casa dei colli, e fa piangere il cuore sapere che è coltivato in quantità davvero minime. Viene declinato nella versione ferma o frizzante e c’è qualcuno – ma ve ne parlerò al termine di un’altra scorribanda – lo fa con il metodo classico.

Quello di Zanovello è un metodo basato sulla rifermentazione in bottiglia, che non è seguita da operazioni di filtraggio del vino.

In sostanza il Pinello viene fermentato una seconda volta in bottiglia, dove rimane con i suoi “lieviti” – sur lie, per l’appunto, in francese vuol dire proprio “sui lieviti” – che conferiscono al vino l’aspetto un po’ torbido che in altre zone chiamano “col fondo”. Il metodo conferisce anche persistenza e altre caratteristiche che alzano il livello della faccenda.

In questo vino si sentono tutte le note vulcaniche dei colli Euganei, antiche bolle di magma che non sono riuscite a diventare vulcani sul fondo di un oceano preistorico. Una botta di vita e una sterzata di 180 gradi rispetto alle strade ben battute delle bollicine venete. Cercatelo, provatelo – con cosa? pesce crudo, antipasti e aperitivi in riva al mare – e poi tornate a dirmi “vabbè” se ne avete il coraggio.

Vi aspetto con una bella bottiglia di Pinello sur lie in frigorifero.

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